Jovanotti, con rispetto parlando

Crescendo s’impara a fare a meno delle invettive (e oggi, forse, questa non la riscriverei). Ma quando un’invettiva è scritta bene, allora è concesso dirlo. Questa fu scritta bene.

Con quella finta aria da ingenuo che segue solo la propria spontaneità, Jovannotti è l’esempio sublime del vacuo conformismo, furbetto e sciacallo che va conosciuto per quello che è.

Faceva il dj discotecaro quando era il periodo delle discoteche, rappava (mioddio rappava) quando lo faceva anche Jo Squillo, si metteva in bocca Che Guevara in tempo per il ritorno delle occupazioni liceali e del segaiolismo a sinistra, faceva l’impegnato cantautore per farsi prendere definitivamente sul serio, cantava con Ligabue e Pelù contro l’intervento Nato in Kosovo (intervento che – per quanto tardivo – dette un freno ai cani assassini di Milosevic), da bravo sciacalletto capì che era il momento buono per scrivere canzoni di merda per un popolo di ragazzotti ottusi in kefiah e intellettuali ciucciamerda da salotto, e così ci rifilò pure la canzone post 11 settembre, dove con la viltà tipica del furbetto scriveva dei versi sulla Fallaci che nemmeno un Vauro qualunque si sarebbe permesso.

A quel punto era pronto per il veltronismo e il facile terzomondismo provinciale dei miei coglioni. Il renzismo della Leopolda lo elesse a vate. E l’allora sindaco gli dette il fiorino d’oro per non s’è capito quali meriti. Se non per farsi una marchetta a vicenda spendendo il nome di Firenze.

Ora siamo a dicembre 2015. E nell’arco di poche settimane Jovannotti ha già fatto uscire due canzoni di merda entrambe dedicate a quanto è bella l’estate ohhh ohhhh e peccato che dovrà finire ehhhh ehhhh ma tanto poi ricomincerà ahhhh ahhhh.

Orrendo sciacalletto dei buoni sentimenti e del coraggio dei vili.
Possa la grandezza di Bruno Martino oscurare per sempre il ricordo dei tuoi peti scoreggiati dalla bocca mentre saltelli come uno stronzo in cima al palco tra fumi e raggi laser.
Amen.

[post del 29 novembre 2015]

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