Di quando sono morto

Avevo 28 anni ed era la festa di San Giovanni delle Contee, paese di nemmeno 200 abitanti nascosto alla periferia del niente tra Toscana e Lazio. Una vera festa di fine estate, dove si beve, si mangia, si balla, si sta insieme, si gode della voglia di godere. Fino all’alba se se ne ha voglia, fino ad oltre se uno è stanco.

Ed io ero stanco, avevo molto bevuto e, se non fa scandalo, avevo anche fumato la famosa droga. Ma la verità è che ero più di tutto felice di essere lì con amici e parenti. Mi sdraio nel prato attiguo alla piazza dei festeggiamenti, mi tiro il cappuccio della felpa sul viso e decido di rimanere a dormire lì. Perché faceva caldo, perché è un posto dove ci si sente sempre al sicuro, perché ero felice e perché a volte è bello fare una cosa apparentemente priva di senso per il piacere di farla.

Il giorno dopo – la domenica della festa in cui la sera si omaggia Bacco, ma di giorno si rende grazie a Dio – era previsto l’arrivo della banda per avviare la processione in onore di Maria SS Addolorata. E per ripulire i segni dei festeggiamenti notturni, due compaesani si presentano di buon mattino in piazza con ramazza e sacchi neri.

All’avvio dei lavori notano la sagoma di una persona sdraiata sul prato sotto un albero di mele. Rivolgono alla sagoma qualche intimazione a dar cenno di coscienza, ma la sagoma non risponde. I due vanno dunque a chiamare il barista del paese (il bar è l’unico esercizio paganamente aperto nella domenica della festa) perché fornisca il proprio parere d’esperito sullo strano evento.

Al barista e ai due volontari con la ramazza, s’accompagna anche qualche mattutino avventore del bar, vestito dei panni buoni della domenica. Tutti insieme valutano da buona distanza la strana situazione. “Sarà qualche ubriaco” dice uno. “Magari è un drogato”. “Secondo me è uno che si è sentito male” dice qualcun’altro. “Sarà mica morto?” ipotizza un quarto. Nel frattempo, al capannello dei valutatori si aggiungono nuovi testimoni e nuove ipotesi le più catastrofiche. In breve tempo, quella sagoma dormiente, che poi ero io, diventa il cadavere di uno sballato.

Rimasi dunque morto per tutto il tempo che intercorse tra l’accertamento, per via teorica, del mio decesso, la chiamata al 113 che venisse a sbrigare la faccenda e l’allarme dato al presidente del Comitato Festeggiamenti Popolari al grido di “ora so’ cazzi tui”.

Il presidente, vistasi addossata la responsabilità dell’evidente morte dello sballato sotto al melo, fu l’unico a vincere l’istintiva repulsione ad avvicinarsi al rinomato cadavere. Scostato il cappuccio della felpa dal viso gli fu facile esclamare “Mira Tommaso!”.

La luce e le sue parole mi svegliarono. Mi stropicciai gli occhi e riconobbi il presidente davanti a me. Si consideri per un attimo che il presidente, di professione, è il barbiere del paese, col quale ero rimasto d’accordo che nel primo pomeriggio della domenica sarei andato a farmi i capelli per essere ben in ordine in occasione della tombola in piazza (punto culminante dei festeggiamenti popolari). Per cui lo guardai e gli dissì “Oh! Marcò, ricordati che alle tre mi devi fa’ i capelli”.

Con questo mi alzai, salutai e me ne andai a finir di smaltire il sonno residuo nel letto di casa. Non notai lo stupore del nutrito manipolo di astanti, i quali ebbero intanto a richiamare l’ambulanza partita da Pitigliano per dir loro di lasciar perdere. Per il resto la processione venne attraversata dai racconti di Tommaso che, battendo Gesù di svariate lunghezze, a soli 28 anni era morto per risorgere in meno due ore, invece che in 3 giorni.

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