La vera storia di quando facemmo il Brunello di Montalcino a San Giovanni delle Contee

Eravamo seduti sulle sedie di plastica del circolino, quando Mario fece la domanda che innescò l’impensabile susseguirsi d’eventi che ci portò, nel breve volgere di qualche ora, a scappare da Montalcino con due furgoni carichi di bigonci d’uva.

Ad essere onesti fino in fondo, quel pomeriggio stavamo bevendo tutti birra o Campari per l’aperitivo. Io, Tommaso, Mario, Michael e Olmo, barista tuttofare del circolino. La domanda arrivò con la necessaria innocenza che fa da preludio al concepimento di un piano criminale.

“Eh Tommà – disse Mario rivolgendosi a quello tra noi che aveva più esperienza di vendemmie – stamani so’ passato là sotto Montalcino col furgone, e ho visto una robba che … ma insomma, ma tutta quell’uva che hanno buttato in terra là pe’ le vigne? Che aveva? Nunn’era bbona?”.

Tommaso, alle spalle una laurea in enologia e svariate vendemmia dall’Argentina alla Nuova Zelanda, si sistemò sulla sedia e dette la risposta che, immaginò, meglio poteva soddisfare la curiosità di Mario, che invece le vendemmie le aveva sempre fatte tra San Giovanni delle Contee, Castell’Azzara e Proceno.

“La buttono via perché se voi fa’ il vino bbono un po’ d’uva ti tocca buttalla via”.

“Ho capito, ma è ‘no spreco”.

“Eh ma se voi fa’ le bottiglie che poi le vendi a trenteuro ll’una tocca fa’ così”.

Mario, dopo essersi aggiustato gli occhiali, insistette.

“Ma almeno fateci il vino pe’casa dico io. Quello da beve tutti i giorni … pell’amici”.

Avete presente quegli occhiali con le lenti spesse fatte apposta per un viso buono? Quelli sono gli occhiali di Mario e il suo viso, buono, lo è, come il carattere di un uomo di una cinquantina d’anni che suona i piatti nella banda del paese.

Non so se a quel punto Tommaso si fosse stancato di spiegare come stavano le cose o avesse solo voglia di fare una battuta senza pretese, fattostà che disse.

“Oh, se la voi piglià famo ‘na furgonata stanotte e l’andamo a prende”.

Fu il seme gettato nel terreno fertile di quel pomeriggio di fine estate a cui sarebbe seguita una sera senza impegni per alcuno di noi. Probabilmente ci saremmo rivisti su quelle stesse sedie dopo cena, a chiacchierare ancora di vino, caccia e inizio del campionato di calcio. L’idea di prendere il furgone per andare a raccattare quell’uva a Montalcino però, non era ancora sufficientemente allettante per smuoverci davvero. Fu così che pensai fosse il caso di dare a quell’ipotesi il fascino revanscista di un rubare ai ricchi per dare ai poveri.

“Che poi se ci pensi – attaccai – a Montalcino 40 anni fa stavano esattamente come noi. Voglio dire che la terra, pure là, non costava niente. Il vino lo facevano, poco e bianco, e se lo bevevano loro. Poi arrivarono gli americani e oggi a Montalcino si son fatti tutti d’oro”.

Tommaso, che questa storia la conosceva bene, annuì e Olmo, a cui l’avevo raccontata tante volte, annuì con lui. Ma Michael e Mario, che non la conoscevano, si fecero curiosi, così continuai sporgendomi sulla sedia proprio verso di loro.

“Te immagina che c’era questa famiglia di commercianti italo-americani che vendevano milioni di bottiglie di vino italiano negli Stati Uniti. Oh! Ma milioni dico! Nel 1980 vendevano roba tipo 10 milioni di casse, che in America una cassa vuol dire 12 bottiglie. 120 milioni di bottiglie! Ed era tutto Lambrusco che compravano in Emilia Romagna. Poi un bel giorno dissero al ragazzo che gli preparava ‘sto vino qua in Italia: tieni, questi so’ 100 milioni di dollari – sparai una cifra, ma senza troppo allontanarmi dal vero – vedi di trovare una terra da comprare per metterci le vigne, tante vigne, e farci una cantina per produrre tutto il vino che ci serve per vendere qua. Tu non preoccuparti, a vendere ci pensiamo noi, ma te … te devi trovare una terra che costi poco e che produca bene, che siamo stanchi di vendere il vino degli altri. Ora iniziamo a vendere il nostro”.

Due secondi di pausa per bere ed accertarmi d’avere l’attenzione dell’uditorio, poi ripresi.

“Quel ragazzo, che ora è un signore che tutti a Montalcino portano in palmo di mano, all’epoca era più giovane di me e immaginatevi cosa doveva essere avere la responsabilità di investire tutti quei soldi. Ma era un tipo in gamba e così prese la macchina e si mise a girare per la Toscana per cercare un posto adatto. Passò Firenze, poi Siena, saltò il Chianti, che non andava bene perché già ci stavano investendo in troppi, e la Val d’Orcia, dove già la terra costava troppo. Arrivò a Montalcino e vide che un ettaro di terra costava 3 milioni di lire e poco più. Così si fermò e decise che avrebbe investito lì i soldi dei Mariani. Cazzo! Se avesse fatto qualche chilometro in più e fosse arrivato qui, adesso saremmo tutti ricchi! Sapete quanto costa un ettaro di vigna a Montalcino oggi?”

Silenzio.

“Ecco, se avete in tasca qualche mezzo milione di euro ci mettiamo a sedere per trattare, altrimenti nisba”.

A questo punto avevo già sufficientemente annaffiato il seme di Tommaso e non ci fu che da lasciare spazio libero a commenti fantasiosi su quel che sarebbe potuto accadere se il buon Rivella fosse arrivato dalle parti di Sorano con la sua macchina carica di dollari e ricchezza per tutti. Il fato ingiusto chiamò presto a riscossa il nostro senso di giustizia.

“E se c’andassimo davvero a piglià quell’uva?”.

“E quando?”.

“Stanotte! Che sennò poi è tardi e va tutta marcita”.

“Ma sarà già guasta!”.

“E che gli fa! Oggi faceva pure fresco, secondo me è ancora bbona e poi scusa, se con quell’uva ci fanno il vino da trenta euro a bottiglia, anche se sta lì una mezza giornata ci verrà il vino da quindici euro a bottiglia!”.

“Giusto! Così vedemo quanto è bbono ‘sto Brunello”.

“Ma se ci beccono so’ cazzi”.

“Cazzi di che? Tanto loro la buttono!”

“E poi che ci famo?”.

“Ci famo il vino. Ci famo il Brunello di San Giovanni dele Contee”, chiuse Mario.

Ci demmo appuntamento per dopo cena con l’idea che appena Olmo avesse chiuso il circolo saremmo partiti per la nostra missione. Allo scopo caricammo cinque ceste e svariati bigonci su due furgoni, quello di Michael e quello di Tommaso.

La cena da mia zia passò veloce e finito di sparecchiare corsi al circolo. Mentre prendevamo l’ammazzacaffè sembravamo dei cospiratori e, senza dire niente a nessuno, brindavamo segretamente alla follia della nostra impresa. Il più gongolante era Mario, che sorrideva dietro quegli occhiali e offriva da bere di continuo. Per un attimo pensai che il più serio ostacolo alla buona riuscita della nostra impresa, più che il fucile spianato di qualche proprietario di vigna, avrebbe potuto essere un cavolo di etilometro.

Ore 23.15, vista ormai l’assenza di altri avventori Olmo annuncia la chiusura e decidiamo di partire (non senza prima aver fatto un ultimo brindisi benaugurante). A quel punto, mantenendo una ragionevole velocità di crociera, consideriamo di raggiungere Montalcino intorno a mezzanotte: l’ora del crimine. L’ora giusta per la nostra vendetta.

Sul primo furgone salgono Olmo, Michael e Mario, tutti e tre in evidente stato di euforia e gasatissimi all’idea di andare a riprendere anche solo una piccola parte di quel che avrebbe potuto essere nostro. Io e Tommaso saliamo sul secondo furgone.

“Certo che anche te con queste idee del cavolo … sei proprio stronzo!”. Il bello di Tommaso è che non ha mai avuto l’abitudine di girare intorno alle cose.

“Eddai Tommà! Sei stato tu il primo ad aizzarci tutti con la storia del vino bbono di Montalcino”.

“Ho capito, ma io mica so’ scemo come te che poi ti metti a fare tutta sta gran poesia intorno a ‘na storia? E poi lo sai che se ci beccono è ‘n casino! A Montalcino parecchi so’ ancora contadini come noialtri e se gli tocchi ll’uva è peggio che se gli trombi la moglie”.

“Tranquillo! Nessuno vuol trombare la moglie di nessuno! Stasera semplicemente andiamo e ci prendiamo quel che loro buttano. Poi ci facciamo un vino di merda, ma che per noi varrà più dell’oro … ma poi pensa a tutto il vino di merda che viene rifilato a prezzi assurdi solo perché ci appiccicano sopra una bella storia! Questa, per dire, sarebbe una storia bellissima da raccontare e io dico che al netto della violazione di una proprietà privata, quelle bottiglie, con la giusta etichetta, potrei rivenderle anche a Pinchiorri”.

“Te sei tutto scemo! A Firenze chiappi troppo smog, poi venghi qui, respiri l’aria bbona e ti piglia via il capo!”.

Ridiamo e mentre passiamo tra l’Amiata e la rocca di Radicofani che si staglia come l’imprendibile nido d’aquila che fu ai tempi di Ghino di Tacco, penso che forse ha ragione Tommaso. Forse.

“Può darsi, che sia come dici te. Eppure davvero penso che a noi il destino c’ha voluto parecchio male e che se non c’inventiamo qualcosa di matto, prima o poi i nostri paesi si svuoteranno e altro che andare a rubare le uve che buttano a Montalcino. Dalle nostre parti non ci rimarrà nessuno nemmeno a badare le vigne che sono qui da una vita e forse due”.

So di toccarlo su un punto sensibile, specie da quando s’è messo a investire soldi, tempo e passione nel cercare di mettere su delle nuove vigne per farci del vino bbono, come dice lui, proprio tra San Giovanni e Castell’Azzara.

Entriamo in Val d’Orcia. Tommaso si gira a guardarmi.

“Va bene, ma famo veloci”.

Alzo il volume della radio e mi metto a cantare una canzoncina demente, tutto allegro. Tommaso mi guarda, scuote la testa, ma dopo un po’ si mette a canticchiare con me.

Parcheggiamo i furgoni nascosti dietro un mucchietto d’alberi, siamo nel punto in cui dalla Cassia si esce, prima del bivio di Torrenieri, per iniziare a salire verso il Montalcino e già le prime vigne d’aziende rinomate affondano le loro radici su terreni bianchi e argillosi, che per quanto si sappia non è che siano proprio i più vocati per la vite e Mario non manca di farlo notare a modo suo.

“Ma davvero qua ci fanno il vino da trenteuro a bottiglia?”.

Io sorrido e sarei già pronto a raccontare la storia dei punteggi, dei critici del vino e delle caterve di cazzate che vi s’accompagnano. E sono già lì che sto per partire quando.

“Shhhhhh – irrompe Tommaso – iniziamo a raccattà e famo poco casino, che se ci beccono so’ cazzi”.

Come non l’avesse detto. Olmo e Michael partono come due comari a raccattare e chiacchierare, Mario gli ciondola dietro, al buio, come una ballerina scura tra i filari e me lo immagino sorridente anche se non posso vederlo. Ogni tanto il botto di un cannoncino lontano, di quelli per scacciare le bestie che ormai si sono abituate e non ci fanno più caso, s’intreccia col nostro chiacchiericcio. Io son felice che vorrei cantare ancora, mentre Tommaso attacca a raccogliere quell’uva ad una velocità pazzesca, sempre scuotendo la testa.

Il lavoro procede sereno. Guarda che bella vendemmia notturna! – penso tra me e me – Da fare invidia a Donnafugata! Ogni tanto passa qualche macchina, la luce dei fari attraversa i filari, ma nessuno fa caso né a noi, né ai nostri furgoni. O almeno così pare.

“T’immagini se un ettaro di terra a San Giovanni costasse un milione di euro?”.

Michael ancora non si capacita.

“Ah niente! Io venderei tutto e aprirei un bar alle Canarie”. Gli risponde Olmo.

“Io col podere della mi’nonna ci camperei 4 famiglie”.

“Eh, ma c’avresti da considerà anche il tu’ fratello”.

“Per l’eredità dici?”

“No, pe’ fallo beve! Che dovresti farne parecchio di vino, tanto qualche quintale bono se lo beve lui da solo e quello che rimane lo bevi te. Secondo me c’andresti fallito!”.

Risate! E ridiamo forte sotto quella mezza luna che ci guarda complice.

Io penso che mi farei la mia bella aziendina, ci metterei a lavorare mezza famiglia e almeno una decina d’amici a fare i consulenti. Poche bottiglie, tutte numerate … e cazzo! Una macchina dei carabinieri! La distinguo dal lampeggiante, fortunatamente spento, sul tettino. Scende piano per le curve prima dello spiazzetto dove abbiamo parcheggiato. Decido di rischiarmela e vado dritto verso i furgoni prendendo Michael con me e dicendogli solo. “Tienimi la parte – poi alzo il tono della voce – Voialtri rimanete qua, agguattatevi bene e non muovetevi”.

Vorrei poter dire di quanto fummo astuti a fregare i carabinieri, ma mentirei. E dire che ero già pronto ad esibirmi in una recita da prima alla Scala, millantando conoscenze ed amicizie influenti da Montalcino fino al Consiglio Regionale della Toscana, per arrivare senza pudore ai più alti gradi dell’esercito.

Fummo però rapidi a scoperchiare i cofani dei furgoni e tirar fuori i cavi dell’accensione. I carabinieri accostarono semplicemente, videro i nostri bei faccini puliti e capirono subito che il massimo del crimine che potevamo star commettendo era una pisciata sotto le stelle.

“Buonasera! Gli s’è fermato il furgone – dico accennando verso Michael – e stamo a provà di fallo ripartì”.

“Ce l’avete i documenti?”.

“Certo! Vado a prenderli?”.

Faccio per muovermi, ma il carabiniere che mi parla dal finestrino abbassato mi incalza.

“Di dove siete?”.

“Di San Giovanni delle Contee”.

“Di dove?”.

“È un paese giù verso Sorano”.

“Maddai! Che bella Sorano – dice quello al volante – è una vita che ci devo tornare!”.

“Eh! Noi ci si vorrebbe tornà stasera, se solo sto rottame partisse”.

Michael interviene rivolgendosi a me.

“Vedrai che ora parte ‘n ti preoccupà”.

I carabinieri ci squadrano bene. Non se la sono bevuta fino in fondo, ma continuano a immaginare che no, la faccia da criminali non ce l’abbiamo.

“Allora noi arriviamo qui sotto a mettere benzina – e mi viene in mente il benzinaio sulla Cassia a pochi chilometri da lì – poi ripassiamo, se ancora non v’è ripartito il furgone vediamo di farlo ripartire insieme”.

Capiamo l’antifona e ringraziamo. Ripartono. Aspettiamo che scompaiano alla vista e non facciamo in tempo a richiamare gli altri che Tommaso sibila.

“Brutte teste di cazzo! Movemosi che qua so’ cazzi!”.

Carichiamo tutti i bigonci, anche quelli mezzi vuoti. L’adrenalina ci fa correre come pazzi e in pochi minuti siamo già a bordo. Ripartiamo più su di giri che preoccupati. Del tragitto verso casa ricordo solo la gioia. La gioia scema di qualcosa di matto eppure così intimamente giusto. Il piccolo dosso karmico per riportare la bilancia del destino stronzo a pesarci addosso anche solo un grammo in meno.

Il resto è una vicenda di fermentazioni spontanee, turni per i rimontaggi a mano e malolattiche che non ne vogliono sapere, ma son dettagli. La storia è questa che avete appena letto.

La vera storia di quella volta che facemmo il Brunello di Montalcino a San Giovanni delle Contee.

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