Dove tutto ebbe inizio

Questo paese ha iniziato a perdersi, a disgregarsi, quando ha preso piede l’atteggiamento di quei bambini che “No io la foto di classe non la voglio ordinare”.
Perché c’era quel giorno dell’anno in cui arrivava il fotografo e si sospendeva qualunque attività di classe, si usciva in corridoio, ci si metteva tutti vicini, magari anche con il professore e la custode, e si faceva la foto.
Poi si ordinava una copia, più o meno grande, dello scatto, che di lì a qualche settimana si riceveva per posta.
Costo, se non ricordo male, sulle 5mila lire.
E si faceva in automatico, tutti. Scatto, 5millino, ordine, foto a casa.

Poi iniziò, non so come, non so perché, lo strano andazzo di quei bambini che “No io la foto non la voglio ordinare”. Qualcuno addirittura, forse per mostrarsi più rigoroso, diceva “Io la foto non la faccio, perché tanto non la voglio”.
E se solo avessi potuto intuire allora cosa stava succedendo, giuro, che avrei chiesto, avrei parlato, avrei cercato un dialogo.

Quelli erano i prodromi disgreganti del grillismo. Erano il cascame di ragionamenti che mi sfuggivano su “La foto costa troppo”, “Ma ci pensi quanto ci guadagna quello?” seguivano assurdi calcoli di conteggio dei bambini di tutte le classi della scuola moltiplicati per 5mila lire e poi ampliando tendenzialmente all’infinito il ragionamento con tutte le scuole di Firenze e della provincia. Calcoli che quei bambini ripetevano a me dopo averli sentiti fare a casa. E su questa base di invidia sociale verso il non lavoro troppo retribuito del fotografo, s’innestavano poi sottoragionamenti malati che adombravano rapporti collusivi con il Preside, il mancato pagamento delle tasse, la faccia del fotografo o qualche suo vago accento napoletano.
Capite vero, cosa stava succedendo?
Era l’inizio del lento scivolio lungo la china.

Non importava più il divertimento della foto di classe. Quei ricordi da rivedere imbarazzati in file disposte di sorrisi un po’ goffi, capelli sparsi, tute da ginnastica e camicie di flanella. La compagna che da piccina era tanto bella e poi ora è un cesso e il compagno di classe che chissà che fine ha fatto. Non importava più niente del farsi firmare il retro della foto da tutti i compagni e le compagne e magari ricevere una dedica segreta da quella che ti piaceva.
No, nulla di tutto questo.
Loro avevano da pensare al sovrapprezzo del fotografo napoletano colluso col Preside in una losca replica della trattativa Stato/Mafia tra i presidi delle scuole e il racket dei fotografi di classe.

Lì abbiamo iniziato a perderci come paese. A disgregarci. Ed è anche colpa mia, che non capivo. Guardavo quel coglione di Nanni Moretti che faceva i girotondi su stocazzo, guardavo Santoro che sbavava in tv e non capivo. Non capivo che il punto di caduta di tutto quell’odio sociale che invocava legalità, era lì accanto a me. Seduto in un banco silenzioso, riflesso della pedagogia del rifiuto dell’altro.

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