Amo Nadal più di me stesso

Amo Nadal più di me stesso.Perché anche quando è chiaro che non è la sua giornata lui se ne frega. Come fosse uno che, nonostante la vagonata di tornei vinti, non ce l’ha mai avuta la sua giornata.

E ieri s’accaniva odioso contro quel Golem lussemburghese di un metro e novantatrè. Un Golem con la testa incassata nelle spalle, le gambe lunghe e un po’ storte e una rassegnazione al destino scritta nella pelata e nello sguardo immobile, come un Buddah senza sorriso.

Müller, che si pronuncia Mullèr.

Il muro impassibile contro cui sbatteva la foga di Nadal. Uno che invece mostra, in ogni suo nervo, la voglia di vincere. Una voglia che non si spegne nemmeno alla fine di un torneo. Anche quando quel torneo lo vince, il sorriso di Nadal rimane sempre un po’ tirato, gli angoli della bocca sempre attraversati da una tensione perfettamente percettibile. Come i suoi tic.

Arrivati al 13 pari sull’ultimo set, mi veniva da credere che fosse giunto il momento in cui Nadal avrebbe trascinato Müller con sé nella propria ossessione. L’ossessione di vincere anche quando la cosa diventa assurda. Anche quando vorresti che la finisse, la smettesse e invece no. Lui non può smettere, insiste, senza pietà e senza ragione che non sia la mania.

Ma ieri non era la sua giornata. E il golem lussemburghese, sereno del suo essere nessuno, non s’è fatto rubare la pace dal demone di Nadal. Non ha voluto mai che quelle quasi 5 ore di follia finissero. Accettava ogni nuovo scambio senza volerne la conclusione. Non ha mai lasciato che il pensiero andasse alla fine di tutto ciò. Non s’è mai arreso all’idea che cedere alla folle brama di Nadal fosse l’unico modo per uscire da quel delirio.

Ed ha vinto.

Ma io amo Nadal più di me stesso perché senza quel demone maniaco che gli rode la mente e il corpo, il racconto epico che ho visto ieri sull’erba di Wimbledon non sarebbe mai stato scritto.

Non era la sua giornata. Come non lo è mai stata. Ed è stata meravigliosa.

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