Non in Dio, ma nelle donne del sud

Sdraiati sotto una capanna fatta di un telo teso fra quattro pali, io e Matteo. A contemplare la bellezza del mare e del cielo da un punto qualunque di una spiaggia deserta. Il vento, la risacca del mare. Solo qualche sagoma che si muove lontanissima sbucando dalle dune oltre la pineta.

Io inizio a leggere, lui chiude gli occhi. E passa del tempo che non saprei dire. Abbastanza per farmi credere che lì accanto stia dormendo, quando senza nemmeno aprire gli occhi mi fa.

“Tommi, ma te con la religione che rapporto hai ultimamente?”.

Io e Matteo di solito parliamo di tutto, spesso di vino, molto meno spesso di Dio. Eppure è come se avesse indovinato qualcosa che non poteva sapere.

“Non so perché me lo hai chiesto Matte – e tengo ancora il libro aperto davanti a me – ma ti giuro che ultimamente mi son reso conto che le cose sono cambiate e ho iniziato a chiedermi come e perché”.

Matteo si alza a sedere, incrocia le gambe e si accende una sigaretta. Io metto via il libro e sistemo la maglietta appallottolata sul tronco dove ho appoggiato la testa.

In quell’isola d’ombra sotto il sole a picco sembriamo improvvisamente due mistici. Due sufi in contemplazione davanti al mare del Golfo Persico.

E parliamo di anticlericalismo, educazione, battesimi – intanto il vento inizia a soffiare più forte – tradizione, rifiuto, reazione, silenzioso riavvicinarsi, le età della vita, il divino che ritorna – una nuvola scura si allunga oltre il telo sopra di noi – la forza della fede che ora guardiamo con curiosità e meno pregiudizi, il rigore della preghiera e dell’osservanza di dettami il cui valore non sta in nessuna ragione, se non nel mero rispettarli. D’improvviso il vento fa volare un palo a cui avevamo legato il telo. Cerchiamo di risistemarlo mentre quella che sembrava una brezza di Ponente inizia a farsi davvero troppo forte. Alza la sabbia che ci arriva negli occhi, in bocca e nel naso.

A fatica ricomponiamo la tenda e per un attimo smettiamo di parlare.

Poi il vento sembra dar tregua. Ci guardiamo. “Ti va una partita a scacchi?”. Fa un po’ freddo e il sole rimane in ombra, ora tutto nascosto dal nuvolone scuro. Mentre sistemiamo i pezzi guardo compiaciuto la bella immagine della scacchiera di legno posata sulla sabbia, ma quando iniziamo a giocare il vento torna all’improvviso, stavolta ancora più forte. Saltano due pali della capanna e non riusciamo a risistemarli per quanto soffia teso, finché, mentre siamo lì ad armeggiare, un lampo improvviso illumina il cielo scuro. Come tutte le volte che ne vedo uno, ripenso alle parole di quel film: “era come se Dio avesse scattato la sua foto”[1]. Un tuono a seguire. Inizia a piovere.

Nella confusione la scacchiera è caduta. Mentre raccolgo i pezzi mi accorgo che ne manca uno. Una Torre bianca. E mi ricordo che nei tarocchi la Torre è rappresentata in fiamme, colpita da un fulmine; la punizione per chi ha voluto farsi troppo prossimo al cielo. Vaffanculo, penso, io non volevo farmi prossimo al cielo, volevo solo passare una giornata al mare.

Veniamo via scornati, ma non arresi. Nicola e gli altri sono al mare più su lungo la costa e pare che là il cielo sia sgombro. Vale la pena provare e così andiamo a riprendere la macchina in pineta e partiamo.

Attraversata Castiglione, per andare dove sono gli altri si tratta di parcheggiare in un campo accanto alla strada e proseguire a piedi. All’ingresso del parcheggio c’è un dosso, ma par nulla di più. E invece mentre passiamo un botto improvviso, fortissimo sul lato sinistro. Una gomma squarciata da un tubo mezzo nascosto come un serpente in agguato, sotto la sabbia. Un attimo di timore per il semiasse che però ha tenuto. Scendo ed alzo lo sguardo al cielo, poi lo rivolgo a Matteo, che nel frattempo ha già tirato fuori il cric. Mettiamo il ruotino sudando e bestemmiando finché tutti sporchi arriviamo in spiaggia, stavolta senza nuvoloni sopra la testa, ma più d’uno dentro. E’ sabato e dovrò aspettare almeno fino a lunedì per aver la ruota riparata. Fino a quel momento io e Matteo saremo a carico di Nicola e degli altri. Che sono splendidi e sono amici, ma insomma rompe i coglioni.

Così la sera, mentre mi addomento nel sacco a pelo, non riesco a non pensare che son partito parlandone e son finito maledicendolo. E che la prossima volta che qualcuno mi chiederà di Dio, avrò cura di far presente che no. Non gli credo. Ed è tutto quel che so.

Quel che non so, invece, è che il giorno dopo saremo in spiaggia con una coppia di amici che non conosco. Michele e Lucia. Entrambi di Matera.

In realtà ho smesso da un pezzo, ma quando sono nervoso fumo e fumo tanto. E quando fumo tanto non ho appetito. D’estate ne ho ancora di meno. E ancora meno ne ho quando mi girano i coglioni. E quando mi girano i coglioni fumo. Ed è il vizioso circolo estivo del fumo.

All’apparenza tutto questo è perfettamente coerente. Ma non per Lucia. Lucia inizia a chiedermi se ho fame a partire da mezzogiorno. E non è invadente, non è insistente, ma me lo chiede. “Sei sicuro che non vuoi mangiare?”. Io la ringrazio e sorrido di no. Giochiamo a racchettoni e quando smettiamo me lo chiede di nuovo. “Hai mangiato qualcosa? Guarda che c’è un panino per te”. Io fumo, ho caldo e non ho fame, ma i coglioni iniziano a girarmi un po’ meno. Facciamo il bagno e quando usciamo me lo ricorda. “Guarda che nella borsa c’è quel panino che è tuo. E’ tutto il giorno che non mangi”. Ed io sorrido, la ringrazio e le dico che magari tra un po’ mi verrà fame.

Ma ho un po’ di pensieri, compreso quello che mi fa considerare che sì, in effetti dovrei mangiare qualcosa. Ma tutti gli altri hanno già mangiato ed io ho perso quell’attimo conviviale in cui l’attività di gruppo prevede che si mangi. La regola non scritta per cui è quella la parentesi dedicata allo sbriciolìo, al masticamento sotto l’ombrellone, carte unte, stagnole e “mi passi la bottiglia dell’acqua?”. Inizio a pensare che forse potrebbe venirmi voglia di mangiare – in realtà non ne ho per nulla e lo stomaco è ancora chiuso a doppia mandata – ma lo stesso penso che se mi venisse, magari mi vergognerei a chiedere se è avanzato qualcosa. Insomma, quando si è con una piccola tribù estiva se ne rispettano tempi e riti no? E poi anche mia nonna e i miei genitori mi hanno insegnato che quando è il tempo di mangiare si mangia. Se poi quando è il tempo di mangiare uno ha da fare altro, e peggio ancora nulla se non fumare beh, cavoli suoi. Aspetterà che torni il prossimo tempo di mangiare.

All’apparenza tutto questo è perfettamente coerente. Ma non per Lucia. Che ad un certo punto vede passare il carrettino dei gelati e va a prendersi una granita che in realtà è un compatto blocco di ghiaccio al gusto limone, incastonato in un contenitore di plastica che doveva essere conservato nell’azoto liquido, tanto è freddo al tatto e resistente alla pressione. Così che la “granita” non vuol saperne di salire su per la cannuccia. Guardo Lucia combattere la sua personale battaglia contro il ghiaccio, finché non mi risolvo ad intervenire e cazzo se è compatto! Ma alla fine, con l’aiuto del sole e della caponaggine tipica di una sfida contro le leggi della fisica, ho la meglio e riesco a suggere il primo sorso di granita. Raggiunto l’obiettivo, le porgo l’infernale aggeggio, vinto alla sua funzione dopo tanti sforzi. “No, no! Prendine qualche sorso in più, che almeno qualcosa mangi! E comunque il panino è ancora nella borsa per te”.

Lì ho capito che non dovevo preoccuparmi di nulla. Che il mio panino era lì, come Lucia andava ripetendomi. E se anche mi fossi scioccamente vergognato di chiedere di lui nel momento in cui mi fosse venuta fame, non ci sarebbe stato nessun problema, perché sarebbe bastato aspettare di risponder di sì ad una cortese ed imminente domanda di Lucia.

D’un tratto mi sono sentito rassicurato, più sereno. E anche se ho continuato a non aver fame, ho smesso di aver pensieri.

A parte uno.

In Dio no. Non credo. Ma credo fortemente nelle donne del sud.

[1] L’Impero del Sole

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