Giacomo e il senso del gioco

Il gioco non prevede che ci sia un perché al di fuori.
Il perché è nel gioco. Lo sapevate anche voi, ma forse ve ne siete dimenticati.

Bagno Medusa. Castiglion della Pescaia. Seconda parte degli anni Ottanta. Noi a luglio avevamo lì il nostro ombrellone da sempre. Fila centrale, riva mare.
Io avevo già i miei più vecchi amici del mare. Cesare e Bruno, più altri che chi se li ricorda. E giocavo con loro, oppure con Sofia. Caterina arrivò a marzo dell’88.
Poi ogni tanto venivano a trovarci degli amici dei miei, che si portavano dietro figli più o meno della mia età e spettava a me farli familiarizzare con il sempre ostile mondo di una spiaggia non tua.
Ne ricordo uno, un po’ più piccolo di me (per cui se io avevo 8-9 anni, lui ne avrà avuti 6 o 7). I suoi genitori erano all’ombrellone a parlare coi miei e io me ne stavo lì accanto a scavare una buca o chissà cos’altro. Mi facevo i fatti miei. Puntuale come una sentenza, Mara si gira verso di me e mi fa “Tommaso, vai a giocare con Giacomo, l’ho visto prima che andava in su verso il bar”. Una scena che avevo già visto. A quel punto io di solito alzavo lo sguardo verso mia mamma come a chiederle se voleva davvero farmi ciò. Mamma, cazzo, sono un bambino di 8 anni che si fa i cavoli suoi su una spiaggia affollata e tanto basta, non posso prendermi la responsabilità di accudire un altro bambino che come me avrà mille difficoltà a trovare se stesso in questo blob di slippini, sudore, pallonate, bambini smarriti, marocchini, videogiochi, gelati squagliati, cocco bello, io non voglio andare, io voglio stare qui a fare la mia cazzo di buca e seppellirmici dentro. La risposta negli occhi di mia mamma era molto semplice. Sorrideva. Semplicemente sorrideva e chiudeva quel dialogo di sguardi. Tommaso, ti voglio bene perché sei un bambino che non può deludermi.
Io di fronte al ricatto di quel sorriso materno potevo solo cedere.
Abbandonata la buca parto in cerca del piccolo Giacomo. Ma come avanzo verso il bar capisco che non sarà facile.
Se ne stava in piedi in mezzo ai gradoni che scendevano dalla strada verso la pedana del bar. Facilmente visibile da ogni punto della spiaggia sottostante, nel pieno di quel sole di luglio. Con il suo costumino, la canottiera e i sandalini di plastica. Teneva le braccia tese e le mani unite davanti a sé, indici in avanti e pollici in alto a mimare una pistola. E sparava. Concentratissimo sparava verso il mare che aveva di fronte e faceva con la bocca i tipici rumori del bambino che spara con le mani. Partiva il colpo – pummmmmmmm con lunga eco – il proiettile percorreva la traiettoria – vssssssssssss – colpiva l’obiettivo – ed era un tripudio di mani e dita che disegnavano detonazioni ed esplosioni di mille schegge tra suoni tipo grrrnnnnn budishhhh trunnnn in un polverone di spruzzi di saliva.
Lo fisso da lontano.
Mi fermo e mi giro verso Mara. Penso al suo sorriso. Riparto. Intanto per le scale vedo scendere famiglie che vengono in spiaggia. Giacomo non li considera nemmeno. Continua a sparare e a far esplodere saliva senza nemmeno rendersi conto di quel che ha intorno. Mi metto appoggiato alla ringhiera accanto a lui e lo guardo, badando di non essere sottovento. Lui niente, continua con le sue pistolettate. Noto che ogni tanto ricarica la pistola. Tiene fermo il braccio destro, fa scorrere il carrello mimando un rumore vagamente metallico, e poi riprende a sparare.
“Scusa, che stai facendo?” gli batto su una spalla.
“Sparo” si gira per un attimo, mi guarda e ricomincia a sparare.
“E a cosa spari scusa?”.
“Ora sto sparando a quell’isola laggiù” mi indica Montecristo.
“E prima a cosa sparavi?”.
“A questi scogli qua davanti”.
Gli guardo i sandali. Cerco lì una risposta. Poi riguardo lui.
“E perché spari all’isola?”.
“Perché ho già distrutto tutti gli scogli”.
“Ma perché fai tutti questi rumori?”.
“Perché l’isola sta esplodendo”.
Lo guardo. Guardo le sue mani, la direzione dei suoi colpi, l’isola di Montecristo laggù davanti a noi. Riguardo lui. Riguardo l’isola e stavolta la immagino devastata dalle esplosioni che partono a raffica da quelle dita. Quel Giacomino Dio distruttore e irrazionale, avvolto dalle sue nuvole di saliva.
“Ti va un gelato?”.
“Ok, ma prima devo finire di distruggere l’isola”.
Ancora oggi mi capita spesso, mentre scendo i gradoni del Bagno Medusa, di sparare qualche colpo immaginario verso gli scogli o verso Montecristo.

Giacomino, crescendo, è diventato Gioacchino Turù e Palazzo Palazzi. Il gioco dell’Italia l’ha inventato lui.
Se vi va potete seguirlo la mattina mentre fa la sua rassegna stampa Disinforma e rinuncia la rassegna stampa di Giacomo Laser.

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