La festa della mamma e l’acido muriatico.

Noi da piccini si giocava a pallone. E le chiese del quartiere erano piene di campi da calcio, ché l’egemonia culturale Gramsci l’aveva teorizzata alla fine degli anni Venti, mentre Santa Romana Chiesa c’era arrivata secoli prima.
In quegli anni eravamo una compagnia di giro nel vero senso della parola. Ragazzini di 9-10 anni che come arrivava la primavera sciamavano per il quartiere in cerca di campi da calcio. Pellegrini, giravamo per chiese ed oratori: Sette Santi, San Gervasio, Santi Fiorentini, Don Bosco. E dire che non eravamo esattamente una banda di chierichetti.
Ricordo che quel pomeriggio eravamo andati a giocare al campetto della chiesa dei Santi Fiorentini. Arrivavamo al portone del convitto accanto alla chiesa – in genere era aperto, ma se invece era chiuso bastava e suonare e senza dover fare altro, come per magia, il portone s’apriva – entravamo, attraversavamo un freddo ingresso, un mezzo corridoio buio e sbucavamo sul retro della chiesa dove c’erano un orto, alcuni garage e due campi di terra battuta.
Normalmente non trovavamo nessuno, al limite poteva capitare d’imbattersi in qualche ragazzo che stava nel convitto. Erano più grandi di noi, ma non erano stronzi come quelli che a volte potevi incontrare a San Gervasio. Quelli potevano essere mezzi tossici del quartiere, questi invece erano ragazzi che stavano dai preti, educati, gentili. Al limite eravamo noi che potevamo arrischiarci a fare i bulli con loro.
Quel pomeriggio, come mille altri, giocammo, sudammo, bestemmiammo, esultammo. Poi due chiacchiere e via a casa. Io rigorosamente a piedi, che in via barbacane non ci va nessun autobus.
Il sole, il sudore che mi gronda dalle tempie e la sete, cazzo, la sete. Apro il cancellino di casa e in giardino mia mamma sta pulendo un muretto. Nemmeno la saluto e mi fiondo in cucina. Neanche tiro fuori un bicchiere, prendo direttamente la bottiglia, me l’appoggio sulle labbra e verso.
Fuoco.
Esattamente come se mi fossi dato fuoco alla bocca. Esattamente come ustionarsi palato, lingua, gengive, denti, tutto insieme. Sputo subito. Subito. Butto in terra la bottiglia e provo a urlare. Non mi riesce nemmeno. Piango, piango a bocca aperta prima d’infilarla sotto l’acqua del rubinetto. Mia mamma capisce e corre.
Aveva diluito dell’acido muriatico nell’acqua per pulire l’erba dai muretti del giardino e io avevo bevuto esattamente quella miscela. Avevo un male da svenire, ma in confronto a quel che provò lei fu nulla. Era terrorizzata. Credo di non avere un ricordo di lei così drammatico come quel giorno. Mi stringeva e mi accarezzava quasi ad implorarmi di non morire. Non morire Tommaso, non morire ti prego, non morire per colpa mia. Io non avevo alcuna intenzione di morire, e tantomeno pensavo che fosse colpa sua, ma non riuscivo a parlarle per tranquillizzarla. Io stavo male, lei stava peggio, io stavo male perché lei stava peggio.
Tra i minuti peggiori di cui abbia memoria.
Fatto sta che non morii. Per qualche mese non sentii un sapore che fosse uno, le pareti interne della bocca persero pezzi di pelle – o quel che era – per settimane, lo smalto dei denti se n’era completamente andato, ebbi la febbre per qualche giorno, poi mi ripresi più stronzo di prima, ma mai, mai come in quei giorni potetti concedermi qualunque cosa. Avevo il grande merito di essere sopravvissuto e Mara era così fiera di me che passai settimane a vivere della rendita di un’impresa di cui non capivo il merito, ma che tutto sommato mi stava bene. Era l’inizio della primavera, credo il giorno della festa della mamma non fosse poi così lontano.

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