Pianeti

Voi li conoscete i pantaloni di cotone leggero, di quel grigio senza tempo? Quei pantaloni che i nostri nonni mettevano d’estate. Allacciati alti in vita, su quelle belle pance un po’ tonde della vecchiaia. Sopra, una canottiera di cotone e sopra ancora una camicia a maniche corte e, quando faceva proprio caldo, s’apriva un solo bottone in più. Sotto, un paio di calzini corti, chiari, e le scarpe con quel po’ di tacco e il cuoio intrecciato. Era come l’uniforme della dignità senile.

Mio nonno Enzo, d’estate, si vestiva così. E io gli volevo un bene infinito.

Stamani sono al semaforo tra via del Gelsomino e via Senese, per andare verso il Galluzzo.

Quel semaforo rimane fisso sul rosso per un tempo inutilmente lungo e così seguo con lo sguardo una coppia che attraversa davanti a me, vestita proprio di quell’uniforme. Sono vestiti in quello stesso modo, hanno entrambi la stessa rotondità che vi si sposa alla perfezione, ma sono padre e figlio. Il padre avrebbe potuto essere mio nonno qualche anno fa. E quell’uniforme gli sta addosso con la stessa naturalezza.

Il figlio avrà circa l’età di mio padre qualche anno fa. Ed è lui che guardo interrogandomi. Com’è che un uomo, di 50 e chissà quanti anni, indossa l’uniforme dei nonni? Lo guardo. Si muove lento, lo sguardo basso. Segue i passi del padre che gli sta davanti. All’orecchio destro ha un apparecchio acustico, in mano un sacchetto di plastica.
Un lieve autismo, qualche tara ereditaria o forse solo un’educazione ritagliata fuori dal tempo? Magari un insieme di cose o nessuna, ad allevare quello che un tempo era un bambino, poi un ragazzo e adesso un uomo. Sferico. Un pianeta di cui riconosco solo i vestiti, quelli di mio nonno.

Il padre arriva all’incrocio coll’altro semaforo che attraversa via Senese. Si ferma e si ferma il figlio dietro di lui.

Scatta il mio verde, che è anche il loro sull’altro lato dell’attraversamento. Faccio per ripartire e gli do un ultimo sguardo. Il padre rimane fermo senza accorgersi che nel frattempo è scattato il verde. Il figlio invece, senza alzare la testa, seguendo il tempo di un calcolo mentale, realizza che è il momento di passare. E così fa un passo avanti e si mette accanto al padre. Stende la mano libera lungo il fianco, cerca quella del padre, la stringe e fa un altro passo avanti, accompagnandolo ad attraversare con sè. Tutto, senza mai alzare la testa nemmeno per un attimo.

La dolcezza è tra quei due pianeti, una mattina d’agosto a Firenze, solo all’apparenza deserta.

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