Silvio, Fraio e il cazzo ingessato

Fraio, è stato un amico fantastico. Uno spirito comico spontaneo, schietto, di paese. Travolgente. Ad alta gradazione alcolica. Con sketch spesso presi in prestito dalle vicende del paese (San Giovanni delle Contee, ovviamente), dalla scuola, dalle cantine, dalle sbornie e, unica concessione extraterritoriale, dai grandi classici della programmazione in seconda serata sui canali regionali tosco-laziali. Quella filmografia italiana di maestri come Marino Girolami, Mariano Laurenti, Michele Massimo Tarantini. Quei diamanti grezzi (di solito più grezzi che diamanti) fatti di meraviglie d’insegnanti, liceali, poliziotte, mogli e soprattutto infermiere e dottoresse. “L’infermiera nella corsia dei militari”, “La dottoressa ci sta col colonnello”, “La dottoressa preferisce i marinai” e così via.
Fraio li guardava la sera, a casa, in quelle notti d’inverno che nei paesi son spesso tanto lunghe quanto insonni davanti alla tv. E rideva di Alvaro Vitali che toccava il culo (e che culo) di Nadia Cassini o di Lino Banfi che andava in titlt per le tette di Karin Schubert. Ed ecco che nel nostro s’andava costruendo un universo d’ospedali abitati da megaculi in reggicalze, cosce sconsiderate, lascivia di pazienti porcelloni e soprattutto grandi risate.
Così, quando Fraio doveva andare in ospedale, magari ad accompagnare qualche caro, tornava sempre con una storia assurda da raccontarci. Ricordo che con Olmo, d’estate, sedevamo spesso davanti al bar in paese, quando passava Fraio in macchina che tornava da una di queste visite e nemmeno scendeva per la fretta di raccontarci. S’accostava con la macchina al nostro tavolo accanto alla strada, abbassava il finestrino e ci raccontava che c’era qualcuno, nell’ospedale dov’era appena stato, a cui avevano immancabilmente ingessato il cazzo e che l’infermiera che lo curava era sempre “bona” e “maiala” e che infine, qualcuno, le aveva inevitabilmente toccato il culo.
Noi, capite, lo sapevamo già che se Fraio era stato in ospedale, c’era qualcuno, nella bassa Toscana o nell’alto Lazio, ricoverato col cazzo ingessato. Aspettavamo che venisse rammentata l’infermiera sapendo già che sarebbe stata “bona” ed il suo culo, insidiato dalla mano di qualche paziente bonariamente zozzone. Era sempre così.
Sapevamo già ciò che stava per succedere in quel racconto così perfettamente canonico e aspettavamo col sorriso che prendesse nuovamente forma. Era una gioia intima e in un certo senso rassicurante, quella che ci davano i racconti di quell’ospedale, dove la gente invece di soffrire (a parte il tipo col cazzo ingessato) tocca i culi e se la ride.
La stessa gioia, la stessa attesa che succedesse, lo stesso sentirsi rassicurato che ho provato ieri, quando ho letto che Silvio, dopo l’operazione, era già lì che ci provava con un’infermiera.
Come in un racconto di Fraio, come in un film di Alvaro Vitali: inevitabile, rassicurante e comico. E ho pensato a Fraio che va a trovare Silvio in ospedale e trovano uno col cazzo ingessato.
E sono stato felice.

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